Recensione a “La guerra del silenzio. Pio XII, il nazismo, gli ebrei” saggio di Andrea Riccardi

La guerra del silenzio. Pio XII, il nazismo, gli ebrei” saggio di Andrea Riccardi [prima edizione novembre 2022]

Recensione a cura di Beniamino Malavasi

Più volte citato da Mons. Andrea Pagano, Prefetto dell’Archivio Apostolico Vaticano, nell’intervista concessa a Massimo Franco e pubblicata con il titolo Secretum per i tipi di Solferino [ qui la recensione ] questo saggio tenta di offrire risposte alle accuse rivolte a papa Pio XII, al secolo Eugenio Pacelli, circa i suoi silenzi, i delitti del silenzio, su quanto compiuto dai nazisti avverso gli ebrei e non solo.

Per lui [Papa Pio XII], gli anni della guerra furono un dramma spirituale, in cui poté constatare la fragilità estrema dell’istituzione papale e la complessità del cattolicesimo. Di queste fragilità deve tener conto la ricostruzione storica.

La guerra  – e quella mondiale in particolare – è un terreno impossibile per la Chiesa cattolica e il suo papa: il cozzo dei nazionalismi e dei totalitarismi non solo la ferisce dall’esterno, ma la lacera dall’interno nel corpo dei suoi fedeli. Nel 1939-1945 questo fenomeno fu profondo. Di fronte alla guerra, Pio XII e la Chiesa del suo tempo furono testimoni e attori di una vicenda più grande di loro. Non era la Chiesa del Vaticano II o di Giovanni Paolo II a contatto con un’opinione pubblica libera e vivace. Non c’era l’opinione del mondo globale. L’isolamento era la condizione e la grave fragilità della Santa Sede.

Sono queste le parole conclusive dell’Autore, che cerca di dare risposte a eventi e comportamenti che, forse, risposte nette, certe, sicure, non hanno.

Invero, leggendo le pagine di questo libro si affronta un percorso che lineare non è, e non può esserlo.

Polonia, Ungheria, Slovacchia, Romania, Croazia… realtà diverse, visioni diverse, seppur sotto il tallone germanico-nazista [e, successivamente, sovietico] ma tutte caratterizzate da quella sommatoria di livelli di azione di fatto specchio delle diverse anime ai comandi di quella macchina enigmatica che rispondeva, e risponde al nome di Segreteria di Stato Vaticana: Montini, Tisserant, Tardini, Dell’Acqua; ma, anche, al di fuori di essa però sempre con ruoli di primo piano Mons. Tiso [religioso e, al contempo, Presidente della Slovacchia], Mons. Hudal [accusato di favorire la fuga dei gerarchi nazisti in Sud-America], Mons. Stepinac [e il suo rapporto con il capo degli ustascia croati Ante-Pavelic]…

È un quadro ibrido, mai del tutto lindo e pulito: a ogni critica ecco pronta la giustificazione; a ogni accusa, ecco pronta la difesa.

Un circolo vizioso che ruota attorno alle note domande: Pio XII, vertice supremo della piramide politico-religiosa cattolica, sapeva? E se sapeva, perché non ha condannato apertamente? Ma se non ha condannato apertamente, e sapeva, chi ha autorizzato il Sostituto Montini ad aprire le porte degli istituti religiosi e delle proprietà vaticane che, in quanto tali, erano tutelate da extraterritorialità, onde offrire protezione ai ricercati nazisti, in primis gli ebrei?

Per la verità qualcuno ha provato a offrire una lettura alternativa di Pio XII ma si può dire che i risultati siano stati quasi peggio del male [si pensi all’opera teatrale Il Vicario di Rolf Hochhuth]…

Recita il detto popolare che la Storia non si fa né con se né con i ma. Al riguardo paiono condivisibili le osservazioni di Riccardi secondo il quale:

la non accessibilità dei documenti vaticani, mentre la ricerca storica andava avanti su altre fonti, non ha giovato alla storia, alla precisione e alla profondità delle ricostruzioni. Aggiungo sommessamente, perché non è mio compito, che la chiusura così a lungo degli archivi vaticani non ha fatto nemmeno l’interesse della Chiesa. Il contatto con la documentazione vaticana mette in luce come tutto sia più complesso e sfaccettato. Ma aggiungo anche che, a questo punto, la storia si deve misurare anche con le acquisizioni storiografiche degli anni passati; e, seppur intende ribaltarle, le trova spesso consolidate.

Ci sono, però, un paio di pagine nel saggio in esame che lasciano perplessi.

Nel paragrafo Salvare gli ebrei è una priorità? [Capitolo VIII. Il velo si squarcia], Riccardi scrive:

Wiesel apre un campo problematico e complesso: l’atteggiamento britannico e americano nell’Olocausto ebraico. Richard Breitman ne parla come de Il silenzio degli Alleati. Molti problemi s’intrecciano in questa vicenda e, per alcuni versi, costituiscono uno sfondo in cui collocare l’atteggiamento della Santa Sede, della Confederazione Elvetica, della Croce Rossa, insomma delle entità “neutrali”, diverse tra loro, che fanno i conti con il dramma degli ebrei.

Tutto bello, si fa per dire. Ma perché l’Autore non parla espressamente della Conferenza di Evian tenutasi nella omonima città francese dal 6 al 15 luglio 1938?

Sì, non è facile, e la sua lettura richiede lo stato mentale giusto. Ma La guerra del silenzio merita di essere letta proprio per le sfaccettature narrate: affresco storico, storie di uomini, e donne, ambigui, comportamenti e decisioni che, a distanza di decenni, restano incomprensibili.

Eppure è il nostro passato, e qualcuno vorrebbe fosse anche il nostro presente e il nostro futuro.

 

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