Recensione a “La casa delle orfane bianche” romanzo di Fiammetta Palpati

LA CASA DELLE ORFANE BIANCHE”

All’interno si precisa che trattasi di:

“Romanzo in due atti e un intervallo galante (godibile in platea o nel comodo del vostro salotto)”

Di Fiammetta Palpati

Recensione (anticonformista) a cura di Beniamino Malavasi

… la casa si rivolta contro le inquiline e il loro desiderio, soffocandole tra immondizie, un cane infido e l’odore nauseabondo di una papera guasta. La situazione precipita quando arriva nella casa, teoricamente come badante, una suora fasulla e inferma, che si piazza in poltrona e pretende d’essere servita e riverita. Lo scompiglio che ne segue getta le protagoniste nello sconforto totale finché, come in ogni dramma che si rispetti, esse saranno costrette a smascherarsi, e a dichiararsi orfane bianche.

Recita (parte del) la seconda di copertina-sinossi (prelevata direttamente dalla scheda – Amazon del libro, disponibile gratuitamente e pubblicamente). Eh, da qualche parte bisogna pur cominciare…

Intanto ricordiamo che sinossi (anche sinopsi; etimologia: dal latino synopsis, “sguardo d’insieme”; dal greco antico σύν?, “con, insieme” e ὄψις, “vista”) è una esposizione sintetica e schematica di una materia (una disciplina, una scienza, un periodo storico o letterario, un testo, ecc.) strutturata in maniera che i dati si possano trovare o confrontare tra loro facilmente, ricorrendo qualche volta anche a strumenti quali tavole sinottiche o alla disposizione in colonne parallele.

Ora, caro lettore, non so tu, ma a me, rileggendo quelle parole dopo la chiusura del libro, qualcosa non torna. Vediamo se, insieme, riusciamo a capire meglio l’esposto.

la casa si rivolta contro le inquiline e il loro desiderio, soffocandole tra immondizie, un cane infido e l’odore nauseabondo di una papera guasta.

Detto così sembra che ci troviamo di fronte a un romanzo dell’orrore (romanzo gotico direbbero quelli che scrivono bene); d’altra parte di “casa” si parla anche nel titolo e ciò parrebbe funzionare come rafforzativo del concetto.

Ebbene, nulla di tutto ciò accade, è, nel testo in esame che, in realtà, si basa sulla disamina rapporti madri-figlie in contesti per nulla semplici, anzi, ricchi di problematiche come vedremo.

La situazione precipita quando arriva nella casa, teoricamente come badante, una suora fasulla e inferma, che si piazza in poltrona e pretende d’essere servita e riverita. Lo scompiglio che ne segue getta le protagoniste nello sconforto totale finché, come in ogni dramma che si rispetti, esse saranno costrette a smascherarsi, e a dichiararsi orfane bianche.

Tecnicamente, “orfani bianchi” sono tutti i minori con uno o entrambi i genitori all’estero, emigrati in cerca di un lavoro migliore. Ma non è questo il punto, per adesso.

Focalizziamoci, invece, sulla suora – Suor Modestina per la cronaca. Il suo arrivo, recita la sinossi, fa precipitare la situazione, generando quello scompiglio che getterà le protagoniste nello sconforto, costringendole a smascherarsi. Sarà; o forse no.

Invero, parlare di suor Modestina consente di porre lo sguardo sul come sia strutturato La casa delle orfane bianche. Si scoprirà, così, come la suora (ma è suora davvero?) si affermi quale elemento di ampio respiro, e forse qualcosa in più, all’interno del narrato.

Se, dunque, la sinossi, ovvero il primo impatto del lettore con il libro scelto, non è pienamente conforme al contenuto di tale libro, cosa davvero c’è dentro a quel libro?

Struttura. Beh, qui è facile: è la stessa Autrice a dirci come stanno le cose, ovvero che La casa delle orfane bianche è un romanzo in due atti e un intervallo galante (godibile in platea o nel comodo del vostro salotto). E qui Palpati merita un plauso per la scelta narrativa non convenzionale.

Teatro, rappresentazione teatrale: prologo; l’azione scenica vera e propria; l’esodo, in cui si mostra lo scioglimento della vicenda. Poi c’è lui, o lei, o loro? Insomma: il narratore, quello

in smoking (?), distaccato, compassato, divagante – un flâneur [uomo che vaga oziosamente per le vie cittadine – da C. Baudelaire] da sala piegato alla cronaca, ecc.

recita, per rimanere in argomento, la terza di copertina. Quello il cui ruolo, nella tragedia greca, è svolto dal coro che interviene negli stasimi. Qui, nella Casa, il narratore è interno alla storia, omodiegetico o autodiegetico (wow! Grazie Wikipedia!), non onnisciente.

Due atti, s’è detto. E proprio il secondo atto vede la catarsi delle protagoniste, che “si lasciano andare” raccontando chi sono, il perché sono (così), giusto effetto dell’entrata in scena della mechanè [apò mēchanḗs theós – dal greco antico: divinità che scende dalla macchina; il deus ex machina dei latini, per intenderci], ovvero Suor Modestina. Che è cosa diversa dal generare lo scompiglio di cui s’è detto sopra… Catarsi e conseguente esodo, l’accennato scioglimento, conclusione del narrato.

E proprio la genesi del personaggio della suora-non suora, descritta dall’Autrice nelle sue Gratitudini, è un piccolo/grande input al nostro bagaglio di conoscenze mai sufficientemente completo: la vicenda (reale) di Modesta Valenti non deve cadere nel dimenticatoio, così come il ricorso all’escamotage amministrativo da parte del Comune di Roma di dare una residenza, seppur fittizia, ai clochard riconoscendoli abitanti in Via Modesta Valenti non va sottaciuta.

Ma torniamo al libro.

Se suscita perplessità mista a stupore l’importanza data dall’Autrice alla Tavola dei personaggi – presente in capo al testo – per sottolineare il richiamo ai tipi teatrali della sua Opera (ma, per la verità, tanti romanzi ospitano un elenco dei propri personaggi aiutando così il lettore a orientarsi nelle vicende narrate), con l’Atto Primo capiamo l’oggetto del contendere; mentre, per quanto attiene il dove esso si svolge, l’Autrice vi dedica un paio di pagine esclusive contenute nell’Avvertenza (subito a seguire l’elenco dei personaggi).

Siamo ad Amalia, Umbria; ma poco importa visto che il set “teatrale” si compone di una stanza principale, con rimandi a cucina, camere da letto, bagni, cantina, giardino.

Natalia (padrona di casa) con la madre Pina; Germana con la madre Adele; Lucia (compagna di scuola di Germana) con la madre Felicita.

Ecco le protagoniste principali, le coppie di protagoniste principali di questo che possiamo definire esperimento sociale: tre amiche di mezza età, Natalia-Germana-Lucia, che, con le rispettive madri, decidono di condividere casa, spese, esperienze di vita passate (presenti e future). Attorno a loro recitano (siamo a teatro, no?) soggetti secondari ma fino a un certo punto: Armida, prima nominata, poi in presenza, sorella di Adele e zia di Germana; una capace pedicure, indicata come “la bella bulgara”; un giovane medico della Guardia medica; gli immancabili vicini; Laica, il cane che nessuno vuole ma la cui morte è descritta in modo toccante, drammatico da Palpati nell’Atto Secondo; una damigiana e una papera in avanzato stato di decomposizione; e poi, lei, Suor Modestina, il punto focale del tutto (e poco importa perché sia entrata in quella casa: licenza poetica?)

Proprio questi ultimi due elementi (damigiana e fu papera), se da un lato possono essere visti come strumenti usati dall’Autrice per smorzare i toni di situazioni non facili, dall’altro lato rischiano di affievolire eccessivamente la drammaticità di quelle situazioni che, volente o nolente, rappresentano l’architrave del progetto La Casa delle orfane bianche.

E a tale indebolimento che, secondo i gusti personali, può essere più o meno necessario per “staccare” dalle pene che ammorbano l’aria, contribuiscono altresì (sigh) frasi che, più che giochi di parole, appaiono freddure gratuite:

allegra come una cincia

Per non arrendersi all’evidenza occorre che l’evidenza si faccia meno evidente

Ma è isterica? No, istrionica

Freddure o meno, due parole sul linguaggio usato. Balza subito all’occhio come Palpati abbia fatto proprio uno degli insegnamenti delle scuole di scrittura: i dialoghi devono essere il più naturale, realistico, possibile; registro maggiormente curato va bene per descrizioni e interventi del… narratore.

Sbirciando in Rete si scopre che lettori e addetti ai lavori hanno posto l’accento su due elementi predominanti e, in un certo senso, conduttori della vicenda: la spazzatura e i cattivi odori che emergono da ogni dove e la sacralità temporale del narrato. Vero.

Verrebbe da dire che afrori, olezzi, sudiciume, scarti, spazzatura, oltre che fisici, siano rappresentazione dello sporco che attanaglia ognuna delle figlie-orfane bianche: Lucia, il suo aborto, quelli in successione di sua madre, spesso ricoverata per esaurimenti nervoso-mentali; Germana: un figlio suicida, vittima di disturbi mentali come la madre Adele, che morirà in quella casa in silenzio; Natalia, omosessuale, vita rovinata dalla morte del padre… finendo col definirsi tutte orfane bianche.

Anche l’elemento sacrale, se così vogliamo chiamarlo, emerge dalle pagine della Casa: non solo il narrato si svolge per quarantasette giorni, ovvero per tutta la Quaresima oltre alla Settimana Santa, Pasqua compresa; ma esso si focalizza su Suor Modestina (ancora lei!): suora vera o falsa, piaghe vere o procurate, il suo essere compie il miracolo di sanare le infelici coinquiline e la festa finale non può che essere la Festa (che, guarda caso, coincide con Pasqua – Festa di Liberazione e di Resurrezione)

E veniamo alla Postfazione – Il perdono è nell’incontro di Alessandro Zaccuri: interessante la sua descrizione del rito pasquale dell’Affruntata, che avviene in chiusura della Casa; resta, però, la perplessità circa l’utilità generale di tali pagine: a che pro spiegare al lettore ciò che ha appena terminato di leggere? Forse che chi legge non sia in grado di far propri, rielaborandoli secondo la propria sensibilità, i concetti e situazioni descritti dall’Autore/Autrice vero/a e proprio/a? È forse vietato rileggere ciò che subito non si è capito? Ai posteri l’ardua sentenza.

 

 

 

 

 

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